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Quale Carità: cristiana o spicciola?

A volte, più che "il fare" conta "il modo" con cui si fa

Sono il papà di U., sette anni, affetto da autismo. Approfitto dello spazio messomi a disposizione in questo sito per portare a conoscenza  dei visitatori il nostro vivere quotidiano in un paese lombardo.

Parto da ciò che è positivo: un'ottima interazione con i compagni di classe (U. frequenta la prima elementare), con l'insegnante di sostegno, l'educatrice e il corpo insegnante. Un bellissimo rapporto con la psicomotricista nella sede di Vedano de "La Nostra Famiglia" e una buona integrazione in altre realtà di "supporto" (acquaticità, ippoterapia), oltre al coordinamento con i referenti della sede di Bosisio Parini di detta associazione. A questo si aggiungono l'attenzione e la disponibilità di due mamme del nostro paese, ciascuna con tre figli. Il paradosso è che (e qui sta la criticità), chi ci è più vicino fisicamente (e intendo dire, letteralmente, di fronte e di fianco a casa nostra) è, in effetti, il più distante da noi. Una situazione che, come abbiamo avuto modo di constatare, si verifica anche nell'ambiente dell'oratorio: sperimentiamo, cioè, la differenza tra l'essere cattolici (in quanto, ad esempio si partecipa alla Messa intesa per lo più come "un dovere", relazionando con il prossimo in stile "politically correct", ecc.) ed essere invece autenticamente cristiani.

Tale immagine di "facciata" non è una prerogativa dei laici, ma anche dei sacerdoti. A questo proposito stiamo "battendo il chiodo" con il vicario, più giovane e sensibile, e soprattutto con il parroco che, forse per età e formazione, guarda alle cose (ed a maggior ragione a problematiche particolari come la disabilità) da una visuale ridotta.

La esperienza che facciamo è di una carità "spicciola", più vicina all'elemosina che all'amore di San Paolo predicato nella sua celebre "Lettera ai Corinzi" (cioè: tutto quello che facciamo, anche le cose più grandi e mirabili, non sono nulla se non vengono fatte con amore e rispetto verso il prossimo). Vogliamo che U. (e tutti i bambini "diversamente abili", come si usa dire oggi) possa vivere una vita dignitosa in ogni ambito, e quindi che possa anche giocare con i compagni di Oratorio, frequentare la Messa e ricevere i Sacramenti in quanto, a tutti gli effetti, è cristiano come gli altri suoi coetanei.

Stiamo lottando per questo e, paradossalmente, proprio nella realtà di un piccolo paese, come il nostro, gli steccati da abbattere sono alti.

Spero di non essere stato troppo prolisso e ritengo necessario l'aderire ad associazioni, come ANGSA, che si impegnano sui più diversi fronti; colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che collaborano, in ogni forma, per promuoverne le attività.

Marcello Sgarbi

Aggiornato al 30 agosto 2012

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